sabato 14 agosto 2010

La meritocrazia

Tra le nazioni economicamente più sviluppate, l'Italia è quella che mostra più numerosi elementi di fragilità: scarsa competitività delle imprese, bassa produttività, pubblica amministrazione poco efficiente, ridotta mobilità sociale, esagerato divario fra chi è ricco e chi ha poco.
Molti economisti ritengono che la causa più importante delle difficoltà italiane sia costituita dall'assenza di meritocrazia. Usato probabilmente per la prima volta da Michael Young nel libro The rise of the meritocrazy (1958), col termine "meritocrazia" si designa un sistema di valori orientato a conferire i posti chiave della società ai più capaci, i più impegnati e i più meritevoli. Una società meritocratica riconosce e premia l'eccellenza di un individuo, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza.

In Italia ciò non avviene. Da noi contano le frequentazioni, le parentele, le protezioni. La posizione sociale di origine e le aderenze politiche contano più della competenza e del talento. Le relazioni più delle capacità individuali. Nelle università, negli ospedali, negli uffici, nei laboratori di ricerca, persino in molte aziende pubbliche e private non è importante che chi lavora o dirige sia bravo. Importante, invece, è favorire gli amici e i familiari. Uno studioso anglosassone lo ha chiamato "familismo amorale". Fa parte di un uso italiano che si è radicato e sedimentato nei secoli, di un costume che è parente stretto della corruzione e che tanti danni sta procurando allo sviluppo non soltanto economico, ma anche civile del nostro Paese. Dove spesso i cervelli migliori e più qualificati sono costretti ad emigrare per trovare condizioni di lavoro soddisfacenti e dove intere generazioni sono tagliate fuori dal mondo produttivo perché chiuse da divieti, poteri feudali, lobby professionali.

Nei decenni passati si confidava che la scuola di massa avrebbe costituito un fattore determinante di mobilità sociale e di affermazione del talento sui privilegi di nascita. In parte ciò si è realizzato. Poi il Sessantotto, per altri versi un movimento fortemente rinnovatore della società italiana, ha posto il veto sulla selezione scolastica, considerata classista, contribuendo, con gli esami di gruppo, il sei garantito e un certo clima di lassismo fintamente democratico, al parziale degrado del sistema scolastico italiano. Tradendo sostanzialmente il vero messaggio di don Lorenzo Milani, l'ispiratore di Lettera a una professoressa, che in verità era un educatore e un insegnante rigoroso e totalmente dalla parte della conoscenza e della competenza.

A mio avviso proprio dalla scuola si deve ripartire per costruire una società finalmente meritocratica, ripristinando la serietà degli studi e mettendo a disposizione di chi ha più motivazione e talento tutti gli strumenti per sviluppare le proprie potenzialità. Uguaglianza di opportunità non può più significare attualmente garanzia di successo per tutti.

Occorre inoltre introdurre criteri concorrenziali negli uffici, nelle università, negli enti e nelle aziende pubbliche. Diffondere i modelli organizzativi ed operativi migliori. D'altra parte, con gli attuali strumenti informatici è diventato più facile produrre statistiche, incrociare dati, rilevare inefficienze, valutare, controllare, favorire e premiare i migliori.

Si deve facilitare infine l'ingresso dei giovani nelle professioni, oggi presidiate dai membri più anziani e privilegiati e l'accesso delle donne, ancora discriminate, ai ruoli dirigenziali delle aziende.

Naturalmente, il riconoscimento del merito è soltanto un passo verso una società più giusta e più ricca. Da sola, anzi, l'affermazione esclusiva del merito rischia di costituire un fattore di disgregazione della società. Una società coesa necessita anche e soprattutto della solidarietà e del senso di responsabilità dell'elite dirigente. Se coloro che stanno ai vertici perseguono soltanto il loro interesse, se perdono di vista il bene comune e la responsabilità che li lega alla comunità in cui vivono, potremo forse costruire una società più ricca ed efficiente, non certo una società più libera e sana. L'indifferenza verso la sorte degli altri, in particolare verso i più bisognosi, non aiuta di sicuro ad edificare una società più umana.

La mafia

Sono molti i commentatori e gli scienziati sociali che attribuiscono all'Italia caratteristiche di disomogeneità territoriale e parlano apertamente di "disunità d'Italia". A fronte di un Centro-Nord ricco e produttivo, il Sud del Paese sembra arrancare riguardo quasi tutti i parametri economico-sociali. Persino all'interno dell'Unione Europea il nostro Meridione è una delle aree economicamente meno sviluppate e suscita, anche all'esterno dei confini nazionali, non poche perplessità e preoccupazioni.

Uno degli ostacoli più significativi allo sviluppo del Mezzogiorno è costituito, secondo gli studiosi, dalla presenza sul territorio di organizzazioni criminali organizzate, denominate comunemente "mafie". Sì, perché quando ci si riferisce alla mafia non si indica un'unica organizzazione, ma una costellazione di associazioni criminali che, pur mantenendo alcune caratteristiche comuni, per altri aspetti divergono. Differiscono, per esempio, per il diverso assetto e per il radicamento territoriale: mentre la mafia classica, con le sue gerarchie ben definite e strutturate, colonizza la Sicilia, in Calabria, invece, troviamo la 'ndrangheta, in Puglia la Sacra Corona Unita, in Campania la camorra.

L'origine della mafia sembra datare all'inizio dell'Ottocento. Dapprima fenomeno delinquenziale confinato alle campagne siciliane, la mafia, sfruttando violenze, omertà, favoritismi, corruzione, infiltrazioni nella pubblica amministrazione, si è diffusa anche nei grandi centri e nelle città, estendendo il proprio condizionamento e il proprio potere sulle varie attività commerciali e imprenditoriali, principalmente nel settore delle costruzioni e della speculazione edilizia, sfruttando allo scopo il controllo sugli appalti pubblici.

A partire dagli anni Settanta, le mafie hanno allargato il proprio raggio d'azione a una miriade di attività illegali e lucrose. In primo piano, il traffico di droga.
Oggi la mafia si occupa anche di attività finanziarie. Sono lontani i tempi dell'oleografia che ritraeva il mafioso con coppola e lupara. Oggi la mafia porta il colletto bianco, si annida nelle professioni e nelle banche, siede nei consigli di amministrazione.

Inquietanti e complessi sono i legami che la mafia intrattiene poi con il potere politico, attraverso il voto di scambio e la corruzione. Ne aveva già parlato in alcuni suoi libri profetici, come ad esempio il romanzo Todo modo, uno dei maggiori autori del nostro Novecento, lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, che all'analisi del fenomeno mafioso dedicò molte sue opere narrative. E ogni tanto i giornali più autorevoli e informati rilanciano l'accusa, cui è difficile non dare credito, che gli interessi della mafia trovino ampia rappresentanza addirittura in Parlamento.

La mafia occupa un posto di rilievo nella storia dell'Italia contemporanea. Gli efferati assassini di alcuni autorevoli rappresentanti dello Stato, tra gli anni Ottanta e Novanta, dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa all'onorevole Pio La Torre, ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nonché l'uccisione di meno noti, ma altrettanto valenti giudici, poliziotti, carabinieri, politici, giornalisti, imprenditori, hanno gettato l'opinione pubblica nello sconcerto e nell'angoscia. C'è stata e c'è tuttora nel Meridione una reazione di ripulsa, di condanna e di riscatto, specialmente tra le giovani generazioni, verso la violenza illegale e omicida delle organizzazioni mafiose, che lascia ben sperare per il futuro.

Proprio uno scrittore giovane e coraggioso, come Roberto Saviano, ha pubblicato un libro, Gomorra, in cui ha denunciato i meccanismi attraverso cui la mafia campana, la camorra, controlla il territorio. Il libro è diventato un best seller tradotto in tutto il mondo. Ne è stato tratto un film di successo visto da milioni di spettatori. Oggi Saviano vive sotto scorta, ma il notevole interesse nei suoi confronti dimostrato dal pubblico, che lo ha eletto a proprio beniamino, è un segnale di cambiamento molto positivo.

La mafia, come un virus patogeno, si infiltra nel tessuto sano dell'economia e della società. Impedisce il normale funzionamento dei meccanismi economici, come la concorrenza e il mercato, che garantiscono efficienza e ricchezza. L'assenza di legalità tiene lontani dal Meridione investitori e turisti e contrasta il normale svolgimento della vita politica e civile. La selezione della classe dirigente avviene per affiliazione e non per merito.

La mafia è un fenomeno articolato che non si combatte, a mio avviso, soltanto sul piano militare. La mafia trionfa su un terreno di collusioni e di consenso. Nelle regioni in suo potere, essa si sostituisce allo Stato, garantendo talvolta ordine, aiuto e protezione. Le mafie si sono sviluppate, in parte, proprio sfruttando la diffidenza della popolazioni meridionali nei confronti dello Stato, uno Stato che al Sud è vissuto ancora come estraneo e vessatorio.

Per battere la mafia occorre principalmente, secondo me, ma anche secondo il parere di eminenti studiosi, ripristinare una cultura della legalità, far capire che il rispetto delle regole porta ordine, pace, progresso, sviluppo e ricchezza. Dimostrare che la diffusione di un maggiore senso civico è nell'interesse di tutti, favorendo un miglioramento generale della qualità della vita.

Oggi che la mafia si sta spostando pericolosamente sempre più a nord, perché sembra ormai trovare ovunque un terreno favorevole, la questione della legalità non tocca soltanto le gente del sud, ma ci tocca ormai tutti sempre più da vicino. Se tutti noi italiani non sapremo liberarci dai nostri vizi atavici e diventare al più presto "buoni cittadini", credo si preparino per tutti tempi molto difficili e calamitosi.

venerdì 13 agosto 2010

L'ozio

La civiltà capitalistica e occidentale si regge sul culto del lavoro. Fin da piccoli interiorizziamo il dovere di lavorare. Una simile etica borghese ha prodotto grandi risultati, riconosciuti persino da quel grande filosofo e critico del capitalismo che fu Karl Marx.

Da qualche decennio a questo parte, tuttavia, la spinta degli occidentali all'attività frenetica mostra delle crepe e delle contraddizioni. L'economia conosce crisi cicliche, sempre più gravi. Moltissime industrie chiudono e milioni di lavoratori rimangono disoccupati, con costi sociali, economici ma anche psicologici, altissimi. Paradossalmente gli Stati si trovano a dover pagare una moltitudine di persone perché non facciano assolutamente niente.
Un economista e acuto osservatore della nostra società come l'americano Jeremy Rikfin ha parlato, in una sua opera, di fine del lavoro.

Forse, come aveva profetizzato Bertrand Russell, se il mondo fosse meglio organizzato, sarebbe sufficiente che le persone lavorassero quattro ore al giorno. Invece, ovunque vediamo persone che si ammazzano di lavoro, mentre altre si angosciano di non trovarne. Tutti siamo prigionieri del perverso meccanismo lavoro-consumo. Produciamo e consumiamo sempre di più, ma senza gioia, in un circolo vizioso che sempre più spesso appare insensato.

Ecco, allora, che è venuto il momento di rivalutare il concetto di "ozio". "L'ozio è il padre dei vizi", recita un antico adagio, ma forse non è del tutto vero. Forse la salute dell'uomo contemporaneo, stressato dall'attività incessante e ripetitiva, è quella di ritrovare degli spazi personali, liberi dal lavoro.

Di riposare, di rallentare, di dedicarsi ad esplorare nuovi ambiti, nuove dimensioni, nuove discipline. La cura di sé dovrebbe soppiantare l'attivismo a ogni costo. La strada verso il benessere passa di qui: dalla riflessione, dalla possibilità di coltivare i rapporti sociali, da una ritrovata capacità di conversare con gli altri, da un altro modo di rapportarsi con i propri simili e con la natura.

Sgombriamo il campo da equivoci: lavorare, anche duramente, è spesso ancora necessario. Quello di cui dobbiamo liberarci è, invece, la schiavitù del lavoro, l'opinione per cui se non lavoriamo non siamo nessuno. Dobbiamo forse smetterla di identificarci totalmente con il lavoro che svolgiamo, capire che siamo qualcosa di più e di diverso.

Purtroppo il tempo libero dal lavoro, l'uomo contemporaneo lo trascorre nello stordimento dell'intrattenimento televisivo e delle droghe e nella superficialità delle vacanze, degli hobby e dei weekend.

L'arte dell'ozio, così com'è nella tradizione a partire dai grandi pensatori antichi, non consiste nello starsene inerti e passivi, ma nella realizzazione personale, nel riappropriarci di noi stessi e del nostro tempo, nello sviluppare il nostro talento creativo, o, per dirla col filosofo Salvatore Natoli, nell''"esercizio di sapienza e virtù".

L'importanza di leggere

I dati sulla lettura in Italia sono allarmanti. Una recente ricerca ci dice che il 62% degli italiani non legge nemmeno un libro all'anno. L'indifferenza dei politici e dell'opinione pubblica di fronte a questo dato lascia sconcertati. L'Italia sta andando allegramente alla deriva, perdendo competitività nelle severe sfide del mondo globalizzato, proprio quando studi economici attendibili attestano che indici di lettura e sviluppo economico vanno di pari passo.
Non a caso la lettura è più diffusa al Centro-Nord ricco, benestante e istruito mentre segna il passo in un Meridione in affanno e sottoalfabetizzato.

Leggere dunque produce ricchezza e progresso. E questo dato non deve stupire. Nella società tardo-moderna, dove l'informazione e la comunicazione rivestono un ruolo strategico, in cui l'obsolescenza delle conoscenze richiede un aggiornamento continuo, in cui i raggiungimenti della scienza e della tecnica rivoluzionano di continuo le nostre esistenze e le nostre abitudini, leggere ed aggiornarsi diventa quasi una necessità vitale, un'attività dettata dall'istinto di sopravvivenza.

Di più. I cambiamenti della nostra società non sono soltanto di carattere tecnico-scientifico, ma spesso anche di carattere organizzativo e culturale. I flussi migratori, i cambiamenti legati ai ruoli sessuali, la trasformazione dell'economia, passata dall'egemonia della fabbrica a quella dei servizi, richiedono ai cittadini e ai lavoratori nuove competenze di carattere sia culturale che relazionale. Per avere successo nel lavoro, in un'economia concorrenziale, non servono soltanto conoscenze tecniche, ma competenze legate alla sfera psicologica: motivazione, capacità di introspezione, empatia, autostima, capacità di lavorare in gruppo nel rispetto degli altri, capacità di trasmettere le proprie conoscenze e il proprio entusiasmo, competere ma anche saper collaborare. Quelle qualità che lo psicologo Daniel Goleman definisce complessivamente col termine di intelligenza emotiva. Qualità che magari si possono acquisire attraverso un training specifico, ma che soprattutto vanno coltivate e sviluppate attraverso una formazione basata sulla lettura personale di molti libri, non solo attinenti alla psicologia. Quale miglior strumento per approfondire la conoscenza di sé e degli altri, per conoscere la sfera emotiva ed affettiva, è migliore, per esempio, della letteratura, della poesia e della narrativa?

In Italia, purtroppo, prevalgono le caste. Il mercato concorrenziale è monco, il merito misconosciuto. Spesso sappiamo che a far carriera sono i figli di papà, i raccomandati, i clienti della politica. Salvo poi, naturalmente, arrancare a livello internazionale nelle ultime posizioni in tutti i settori strategici per la competitività del Paese. E a poco serve aumentare il numero di diplomati e laureati. "Più dottori che lettori" titolava tempo fa l'eloquente articolo di una rivista specializzata. Già, stiamo diventando un popolo di dottori ma non di lettori. Col risultato che il "pezzo di carta" certifica sempre meno la reale competenza.
Pur senza nulla togliere alla grande importanza avuta in Italia dalla scolarizzazione di massa e alla benefica mobilità sociale che ha favorito, assistiamo da qualche decennio al fenomeno dei cosiddetti "analfabeti culturali", persone con un elevato titolo di studio che, dopo il conseguimento della laurea, non hanno mai più aperto un libro.

Ma non si può certo relegare l'importanza della lettura al solo ambito economico. Men che meno alla possibilità di accumulare un maggior numero di beni materiali. In fondo, ci sono persone che se la cavano benissimo, sono produttive e soddisfatte anche senza essere dei lettori forti.

La lettura ci serve soprattutto per vivere. Leggere con attenzione e passione ci rende più liberi, nutre lo spirito, perfeziona l'essere umano che siamo, ci consola nei momenti di sconforto, ci libera dagli eventuali affanni della solitudine. Ci rende più coscienti e consapevoli, più creativi, meno soggetti a pregiudizi e condizionamenti. Facendoci muovere nel tempo e nello spazio la lettura arricchisce le nostre esistenze.

La lettura è anche un piacere, fisico e psichico. Saper godere di una bella frase, della perfetta eloquenza di uno scrittore, dell'architettura ben progettata di un romanzo, è un piacere intellettuale e sensuale. La lettura stimola i sensi, la memoria, il ricordo. Ci fa vivere al 100%. Leggere ci permette, come sapevano bene Machiavelli, Cartesio e Ruskin di dialogare con i massimi geni che l'umanità abbia prodotto, di interrogarli senza fretta, per tutto il tempo che vogliamo, sulle questioni che ci stanno più a cuore.

La diffusione del libro tascabile, economico, mette teoricamente alla portata di tutti la possibilità di salire sulle spalle dei giganti.

Ci sono ottime persone, tutti ne abbiamo fatto esperienza, sensibili ed umane che non sono lettori. Tuttavia è opinione di molti eminenti studiosi che chi legge buoni libri, chi si forma sulla grande letteratura, ha una struttura mentale più ricca, flessibile e raffinata di qualsiasi non-lettore.

Certo, scriveva Gianni Rodari, "il verbo leggere non sopporta l'imperativo". Probabilmente lettori in gran parte si nasce e sarebbe crudele imporre di leggere poesia o narrativa a chi magari ha una mentalità prettamente pratica o mercantile. Ma lettori si può anche diventare e, comunque, si possono sempre migliorare le proprie propensioni.

In Italia si fa poco per le iniziative culturali e per diffondere il gusto per la lettura. Si cominciano soltanto in questi anni a vedere biblioteche accoglienti, moderne e attrezzate, in cui il lettore non si senta un ospite indesiderato.

La scuola può fare molto per incrementare l'abitudine alla lettura. Insegnanti motivati ed entusiasti, che siano anche lettori forti, e che sappiano comunicare agli allievi la propria passione possono fare moltissimo per rendere la lettura un'attività seducente. L'abitudine alla lettura sembra consolidarsi quanto più è precoce. Strategico è allora anche il ruolo della famiglia. Difficilmente un bimbo diventerà un lettore se non vede l'esempio dei genitori, se nella sua casa non entrano libri e giornali, se la lettura extrascolastica viene considerata dai genitori un'inutile perdita di tempo, che danneggia il rendimento scolastico.

Nel mondo contemporaneo, che privilegia l'azione e l'estroversione, leggere è considerata un'occupazione passiva, poco attraente, adatta, non a caso, al genere più oppresso, quello femminile. Non è così. Leggere è un'attività faticosa, che richiede attenzione, partecipazione e capacità di riflessione. Educhiamo i bambini secondo questa prospettiva dell'impegno attivo, ma soprattutto facciamo loro sperimentare che leggere non è noioso, bensì è fonte di piacere e di avventure.

L'ospedale, il malato e il dolore inutile

Con il progressivo invecchiamento della popolazione, i tempi moderni hanno visto l'aumento delle malattie cronico-degenerative. Spesso si tratta di malattie, in special modo nel caso del cancro, che si protraggono per mesi o anni e possono comportare la sofferenza fisica prolungata del malato. Sta cambiando tuttavia, in Italia e nei Paesi più avanzati, la sensibilità del mondo sanitario nei confronti del sintomo dolore.
La cultura cristiana, che in Europa è all'origine della costituzione degli ospedali e all'origine dell'assistenza sanitaria organizzata, vedeva nel dolore un modo attraverso il quale il malato espiava le sue colpe e si purificava dei propri peccati, in vista della salvezza eterna. Questa concezione riguardante l'aspetto religioso e salvifico del dolore si è trascinata dal Medioevo sino quasi ai nostri giorni. Un'impronta di questa ideologia della sofferenza la possiamo rilevare nell'architettura stessa degli ospedali: quelli edificati fino al secolo scorso erano veri e propri luoghi deputati alla sofferenza e presentavano stanzoni affollati di letti, ambienti tetri, spartani, privi di privacy, di confort e di zone attrezzate per la ricreazione dei pazienti ospitati. Rimpiazzati talora, più di recente, da nuovi edifici, tuttavia altrettanto freddi ed anonimi, privi anch'essi di molte elementari comodità.

Le conquiste della medicina tecnologica, la possibilità di disporre di molecole antidolorifiche efficaci, l'affermarsi di una visione laica della vita hanno rivoluzionato l'approccio medico alla sofferenza fisica. Già nel 2001, l'allora ministro della Sanità e illustre clinico, Umberto Veronesi, aveva lanciato anche in Italia, sull'esempio delle iniziative di altri Paesi all'avanguardia, il progetto denominato eloquentemente "ospedale senza dolore".

Da allora il dolore sta diventando, come la temperatura, la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca e la frequenza respiratoria, un parametro misurabile da documentare sulla cartella clinica del malato e da monitorare quotidianamente. Farmaci antidolorifici, come la morfina, un tempo guardati con sospetto dagli stessi medici, per la loro presunta tossicità e rischio di tossicodipendenza, sono oggi prescritti con maggiore frequenza e facilità. Sono caduti i tabù ideologici e gli ostacoli burocratici che ne rendevano problematica la prescrizione e la somministrazione soltanto alcuni anni fa.

E' mutato soprattutto l'atteggiamento di gran parte di medici, infermieri e di tutti gli altri operatori sanitari nei confronti del malato con dolore: oggi un paziente che soffre per il dolore è considerato un segnale negativo, un indicatore di cattiva qualità dell'assistenza, di cui gli operatori devono rispondere. Mentre in passato la sofferenza veniva per lo più ignorata, concentrandosi l'attività del medico principalmente sulla lotta alla malattia, oggi il malato sofferente, in corsia o al domicilio, è considerato una sconfitta non più tollerabile. La nostra cultura ha finalmente riconosciuto il carattere disumano della sofferenza.

Ogni ospedale moderno si è dotato di un Centro per la Terapia del dolore, in genere sotto la direzione di un medico anestesista, dove affluiscono pazienti con dolori cronici e intensi in cerca di una terapia efficace che ne lenisca le sofferenze. Unità di cure palliative sono poi sorte sul territorio e una nuova figura si affaccia da protagonista nel panorama della medicina contemporanea: si tratta del medico palliativista, il cui compito è seguire i malati affetti da gravi patologie croniche e di accompagnarli eventualmente verso una buona morte, la più serena e priva di sofferenze possibile.

Nata con il movimento degli hospice, nella filosofia della medicina palliativa conta la persona ammalata nella sua totalità fisica, psichica, spirituale e sociale e non soltanto, come è di prassi nei reparti ospedalieri ad alta specializzazione, il danno d'organo. Il malato non è più soltanto un numero e una malattia, da vagliare in modo asettico, attraverso indagini laboratoristiche e radiologiche computerizzate, ma un essere umano da assistere con premura e umanità. Sembra dunque oggi affermarsi una visione olistica della medicina dove, senza rinunciare alle risorse tecnologiche, conta molto la qualità della relazione del paziente con i suoi curanti e con i suoi familiari ed amici. Una visione umanizzante che pare ormai contagiare beneficamente anche altre aree e branche della medicina contemporanea.

Di fronte all'avanzare di questa nuova (ma in fondo antica) concezione della medicina non mancano tuttavia ostacoli, pigrizie e resistenze. Soltanto gli anni a venire sapranno dirci se questa silenziosa e promettente rivoluzione sanitaria riuscirà ad affermarsi, nell'interesse stesso della persona ammalata, del suo benessere e della sua dignità.

Il fanatismo

Il fanatismo è l'adesione incondizionata ed entusiasta a un'idea, una fede, una teoria, che comporta l'intolleranza più assoluta dell'opinione altrui.
Il fanatismo non è un fenomeno nuovo, ma è un atteggiamento diffuso sin dagli albori della storia umana. È una propensione, una possibilità insita in ciascuno di noi, una componente del cuore dell'uomo da sorvegliare e mitigare. Fanatici nel corso della storia furono gli inquisitori, i fautori delle guerre di religione, i nazionalsocialisti.

Molta della violenza e dei mali del mondo contemporaneo, contrariamente a quanto si crede, non deriva dallo squilibrio tra ricchezza e povertà, con il corteo di ingiustizie e sofferenze che genera, ma è causata dal fanatismo. Sono fanatici i sostenitori delle dittature, gli integralisti, i terroristi di ogni fede e colore, i razzisti, i nazionalisti, gli ultrà violenti, tutti coloro che perseguitano quelli che non la pensano allo stesso modo. Il nostro tempo conosce anche forme di fanatismo in apparenza più strisciante e blando, che non si macchia di crimini sanguinosi: per esempio certo ecologismo, certo animalismo estremo o il salutismo esasperato. In genere sarebbe bene che ciascuno di noi cominciasse a diffidare di qualsiasi -ismo.

Il fanatico è una persona rigida, dogmatica, inflessibile, con la granitica convinzione di essere sempre nel giusto, che difficilmente è disposto all'ascolto e al dialogo con l'altro, con il diverso da sé. Il fanatico "è un punto esclamativo ambulante" scrive lo scrittore Amos Oz nella sua bellissima raccolta di saggi Contro il fanatismo.

Il fanatico spesso è una persona che ha paura, che non riesce a vivere nell'incertezza particolarmente ansiogena del nostro tempo. I cambiamenti repentini, un certo grado di relativismo culturale tolgono il terreno sotto i piedi ai fanatici, che reagiscono con la violenza e l'affermazione dei valori di una tradizione ormai tramontata.

Il fanatico crede più al sentimento che alla ragione. Egli non è sempre mosso dall'odio, anzi, spesso il suo comportamento è motivato dalla convinzione di migliorare il prossimo, di distoglierlo dell'errore. Il fanatico è quasi sempre uno che vuole migliorare il mondo.

Per il fanatico la vita umana conta pochissimo, la giustizia e la fede contano molto di più. Il bisogno di appartenere a un gruppo per sfuggire all'angoscia esistenziale spinge il fanatico al conformismo, all'idealizzazione del capo, al culto della personalità, all'idolatria.

Il fanatismo costituisce un pericolo da cui le società contemporanee devono guardarsi. Cominciando dall'educazione dei giovani. I ragazzi vanno educati al rispetto dell'altro e della diversità: va insegnato che la diversità costituisce un valore, non una tara. Va diffuso il massimo rispetto per la vita umana: una vita umana è più preziosa di qualsiasi ideologia. Bisogna valorizzare il dubbio e infondere la fiducia di riuscire a sopportare la tensione che esso comporta.

Va insegnata l'arte del compromesso che, pur comportando una qualche dolorosa rinuncia ad una parte di se stessi e delle proprie aspirazioni, non deve essere una capitolazione all'avversario, ma un vincere insieme nell'affermazione della sacralità della vita umana.

Va diffuso infine l'amore per lo studio della filosofia che ci insegna a problematizzare e a relativizzare le nostre convinzioni e va incoraggiata la frequentazione della buona letteratura. La dialogicità e la polifonia delle opere letterarie più riuscite, i diversi punti di vista dei personaggi di un romanzo, tutti a loro modo legittimi, ci insegnano a comprendere le ragioni degli altri e a rispettarle. In una parola, a sconfiggere il fanatico che cova dentro ciascuno di noi.

martedì 10 agosto 2010

La protezione del patrimonio artistico e ambientale

Un luogo comune vuole che l'Italia sia povera di risorse naturali ma ricca di ingegni.
E, infatti, il genio italiano ha contribuito a creare sul territorio nazionale un patrimonio artistico e culturale di tutto rispetto. Tuttavia, mal gestito.
Esperti molto accreditati affermano, per esempio, che molti musei e biblioteche italiane sono male organizzati. Spesso si tratta di istituzioni, che sembrano esistere più per rispondere alle esigenze di coloro che vi lavorano che a quelle di turisti e utenti.

Eppure le code chilometriche davanti agli Uffizi di Firenze o le resse ai festival di letteratura o di filosofia e alle mostre d'arte ben allestite in tante città, testimoniano che la domanda di cultura è molto forte nel nostro Paese, anche se non sempre molto qualificata.

Nonostante ciò, ancora molti dipinti giacciono in chiesette periferiche, ancora non catalogati e alla mercé dei ladri.
I fondi, destinati dai governi che si sono succeduti alla guida del Paese alla tutela artistica, sono insufficienti. Le organizzazioni pubbliche, che si occupano del patrimonio artistico, sono gestite secondo criteri burocratici e inefficienti.
L'educazione artistica e la Storia dell'Arte sono materie cenerentola nelle nostre scuole.

Eppure chi si sposta per l'Italia trova, spesso già poco lontano da casa, piazze, monumenti, palazzi, cattedrali, castelli, il cui splendore mozza il fiato. La cosiddetta sindrome di Stendhal, il deliquio che coglie il turista straniero in visita alle bellissime città italiane, non è soltanto un'invenzione della letteratura e del cinema. Il Rinascimento ci ha lasciato in eredità una quantità cospicua di città-stato, ciascuna dotata di un proprio originale incanto. Non dimentichiamo che, attraverso la civiltà rinascimentale, l'Italia ha avuto il merito di ripensare la cultura antica e di traghettare il mondo intero verso la modernità.
"Non c'è altro luogo nel pianeta in cui per secoli e secoli, ininterrottamente, si siano avute espressioni artistiche tanto alte e insieme tanto diffuse", ha scritto qualche anno fa Vittorio Emiliani in un suo libro inchiesta "sui Beni e sui Mali culturali".

Tuttavia, continuiamo a fare ben poco per valorizzare il nostro patrimonio artistico, culturale e turistico.
La speculazione edilizia costruisce brutti edifici accanto a bellezze artistiche e naturali incomparabili; la cementificazione caotica deturpa il paesaggio.
L'inquinamento, prodotto dal dissennato traffico automobilistico nostrano, lede edifici e monumenti.
Obbrobri urbanistici, concepiti da assessori raccomandati dai partiti, diffondono il brutto in molte nostre città.

C'è poi la questione meridionale. Il nostro Sud è stato la culla della civiltà: Greci, Romani, Arabi, Francesi e Spagnoli vi hanno lasciato testimonianze artistiche e culturali di incommensurabile valore. Il clima, il mare e il paesaggio naturale sono tra i più belli del mondo. Ma c'è un problema: la criminalità organizzata, erede del più antico brigantaggio. Buona parte del territorio non è sotto la giurisdizione dello Stato italiano, ma di fatto è sotto il controllo delle cosche mafiose.

Tempo addietro un noto imprenditore affermò che, se non fosse per la criminalità organizzata, molti ricchi pensionati europei e americani si stabilirebbero al Sud, comprerebbero casa là, dando impulso all'industria turistica e all'economia. Il Meridione d'Italia diventerebbe la Florida d'Europa e non avrebbe più bisogno di sussidi statali o comunitari. Si riscatterebbe e, sfruttando il turismo, diverrebbe una delle zone geografiche più ricche del mondo.

L'Italia non ha risorse naturali, ma ha chilometri di coste, appetite dai turisti, però purtroppo lasciate in balia di ogni sorta di inquinamento.

Persino l'offerta alberghiera nelle località turistiche, nelle città d'arte come nelle località balneari è carente. Gli alberghi sono costosissimi, l'offerta di camere è scarsa. Spesso nelle stanze, in cui vengono alloggiati i turisti, mancano la tv , il frigorifero, il collegamento a Internet. La dislocazione degli spazi è irrazionale e antiquata. L'offerta logistica è ancora da Terzo Mondo, inadatta ad attrarre il turista cosmopolita di oggi, sempre più esigente e che, difatti, si rivolge altrove.

Qualcosa mi sembra stia lentamente cambiando. È cresciuta, nei cittadini e negli amministratori, la coscienza della vocazione turistica del nostro Paese. Il patrimonio artistico e ambientale, con l'attrazione turistica che produce, può costituire davvero il volano di una tanto attesa ripresa economica del nostro Paese.